Recensione di Alessandro Albarello al libro “Sulle tracce del senso del sacro e del divino”

Recensione

Graziano Scolari, Sulle tracce del sacro e del divino. Per un’analisi fenomenologica dell’esperienza religiosa, Albatros, Roma 2013.

di Alessandro Albarello

 

Pubblicato su “Religioni e società” n. 3/2018

“E il verbo si fece carne” recita il Vangelo di Giovanni. Ed è in un certo senso questo il punto di partenza dell’affascinante incursione che Scolari conduce al crocevia tra linguaggio e pensiero, filosofia e religione, essere ed esperienza.

Il punto cardine dell’analisi è la ricerca, dal sapore heideggeriano, della dimensione universale dell’esperienza religiosa, rintracciabile nella genesi stessa del linguaggio come forma vivente, entità espressiva e generativa al tempo stesso.

La trattazione è articolata in due sezioni.

La prima di esse è dedicata alle forme originarie del sacro e del divino. Il primo è inteso come la forma immanente attribuita all’inesprimibile, la quale produce raccoglimento ma rende anche pensabile l’espressione e quindi il linguaggio. Il secondo segna la presenza ineludibile della trascendenza nella sua reciprocità rispetto alla presenza dell’umano qui e ora. Esso è lo svelamento, produce il linguaggio.

La seconda sezione esplora invece le modalità attraverso le quali il sacro e il divino plasmano di fatto l’essere umano nel loro dar forma al linguaggio.

Fedeli alla logica del dulcis in fundo, segnaleremo subito l’unica piccola pecca. L’avvertenza dell’autore circa la necessaria ripetitività non è sufficiente: a volte la trattazione indulge nella ridondanza che a tratti può talvolta irritare.

Ciò detto – nonostante la scelta peculiare di adottare un metodo analitico ed una forma espressiva di chiara ispirazione fenomenologica, palesemente e consapevolmente involuta, potrebbe allontanare il lettore – in realtà il percorso intrapreso affascina sin dai primi paragrafi e offre spunti di riflessione in molteplici direzioni.

Il teologo e lo scienziato sociale avrebbero ragioni per addentrarsi sul sentiero di Scolari altrettanto dei cultori di filosofia: il concetto che dal principio muove la trattazione è la parola che in greco esprime la verità, Aletheia. Aletheia significa s-velamento. È l’atto del togliere un velo, perché l’essere si dà sin dal principio come velato. Cercare o trovare la verità è dunque una azione di rivelazione, da cui si evince il legame originario tra essere, pensiero, linguaggio e religione. Questa è l’intuizione preziosa e proficua di Scolari, che d’ora in avanti continuerà ad inseguire i mille crocevia in cui, tutt’altro che estranee, religione e filosofia si incontrano, secondo un cammino che sembra non volersi allontanare mai troppo da Parmenide e da Eraclito, maestri venerandi e terribili.

Il tentativo ontologicamente umano di esprimere origina dall’intrinseca necessità dell’inesprimibile. Ciò che non è pensato rende possibile il dialogo, come esigenza che genera il linguaggio. Si allude qui all’originaria natura linguistica dell’essere, il linguaggio come casa dell’essere, che si dà cioè sotto la forma originaria della comunicazione, quindi dell’amore. Esso è logos, legame, è la lingua che unifica diversificando e diversifica unificando. Tale ricerca del legame, dell’unità, tale comprensione è intrinsecamente religiosa (del resto logos e religione hanno la medesima origine etimologica). In questa comunicazione, ontologicamente parte dell’essere umano, si ritrovano la possibilità e la necessità di unificazione del duale, dell’addomesticazione dell’alterità, del farsi di casa. Scolari stesso riconosce l’eco del Levinas de Il tempo e l’altro.

Si comprende allora il motivo per cui la poesia sia il linguaggio originario, in quanto essa è produttiva, generativa. Non è un caso che sia la forma di comunicazione scelta dagli epigoni della ricerca sull’essere, Parmenide ed Eraclito. E qui ancora una volta i sentieri di religione e filosofia, superficialmente tanto lontani, tornano a convergere.

Perché nel suo potere unificante, il linguaggio è epifania, manifestazione attraverso una storia, un mito delle origini che obbliga narratore e uditore ad aprirsi al mondo. Il senso unitario deriva dalla storia, dalla narrazione, che è infatti sempre il narrare un espatrio, una alterità che implica però un ritorno a casa, un esodo (Enea) che allude già ad una Terra Promessa (Ulisse). Tale ritorno a casa è la salvezza, è il farsi divini degli uomini proprio perché essi tentano di afferrare, di com-prendere.

 

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