Recensione di Marco Vannini al libro Essere e luce. Intorno allo stesso essere della morte e della vita

Graziano Scolari, Essere e luce. Intorno allo stesso essere della morte  e della vita, Lit, Berlin 2008

 

Il lettore che affronta questo libro con una certa attrezzatura concettuale si trova di fronte a qualcosa di tanto antico e sempre nuovo, per parafrasare le parole di Agostino. La novitas, o comunque la assoluta attualità, è data dal riferimento all’opera di Heidegger. Per quanto il lavoro di Scolari non sia specificatamente una monografia sul pensatore tedesco (come altri hanno erroneamente inteso), è costante il rapporto con lui, che rappresenta in certo modo il punto di partenza della riflessione dell’ autore. Come tutti sanno,  sono heideggeriani i temi dell’essere e del nulla, della morte e della vita. Ma, questo è il punto, essi non sono affatto esclusivamente heideggeriani, tutt’altro: sono per così dire temi eterni del filosofare, fin dal suo primo inizio nella Ionia. In particolare, la seconda parola-chiave del libro in oggetto, luce, appartiene in proprio alla tradizione platonica, neoplatonica e cristiana, ove compare come immagine privilegiata e suprema del divino.

Chi scrive questa breve nota ha una certa familiarità con la storia della mistica occidentale, ed in particolare con Meister Eckhart, per cui si trova straordinariamente “a casa” in mezzo a questa tematica. Non v’è chi non sappia, del resto, quanto lo stesso Heidegger sia stato legato al domenicano medievale: anche verso la fine dei suoi giorni confessò all’amico Bernhard Welte di essere stato tutta la vita in rapporto “mit der Sache Meister Eckharts”, soprattutto per la sua riflessione sull’essere come Anwesen. Nel pensiero eckhartiano, infatti, si nega esplicitamente la cosiddetta “metafisica dell’Esodo”, ovvero la concezione di Dio come essere, basata sulle parole che in Esodo, 3,14 Dio rivolge a Mosé, e che in traduzione latina suonavano Ego sum qui sum. Chiamare Dio col nome di essere – scrive il domenicano – è come chiamare bianco il nero. Molto più pertinente chiamare Dio col nome di luce, in conformità con il Prologo di Giovanni (1, 4 ss.), ed è proprio nel suo Commento al vangelo di Giovanni che Eckhart mostra lo stretto rapporto che  lega essere e luce.

Ancor più significativo è il legame concettuale che unisce morte e vita, a un punto tale che non stupisce nel titolo del libro in oggetto l’attribuzione loro dello stesso essere.  Non v’è dubbio che anche in questo caso sia presente in Heidegger una precisa eco della sua frequentazione dei mistici, ed in questo caso è a quello che è stato giustamente definito “versificatore di Eckhart”, ovvero Angelus Silesius, che va il nostro pensiero. Se prendiamo infatti la splendida serie di distici, dal 26 al 36, del primo libro del suo capolavoro, il Pellegrino cherubico, vediamo che essi trattano proprio “dello stesso essere della morte e della vita”. Basti ricordare il n. 26:

 

È cosa santa la morte: quanto più essa è forte

Tanto più gloriosa ne diviene la vita.

 

Il distico allude, ovviamente, alla mors mystica, come il suo stesso titolo recita, ed a questo punto il discorso dovrebbe allargarsi a buona parte della tradizione speculativa occidentale, che ha nella platonica affermazione della filosofia come “esercizio di morte”  il suo fulcro. Il breve spazio di una nota non lo consente, per cui ci permettiamo di rimandare in proposito al saggio di T. Kobusch, Freiheit und Tod. Die Tradition der “mors mystica” und ihre Vollendung in Hegels Philosophie (Theologische Quartalschrift, 164, 1984, pp. 185-203).

Anche da questi rapidi cenni si può comprendere come il libro di Graziano Scolari abbia alle spalle una tradizione speculativa ormai bimillenaria. Merita perciò l’attenzione da parte di chiunque si occupi di filosofia nel senso forte, classico, del termine.

 

Marco Vannini

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